Divide et impera

16 ottobre 2016 17:07 1 comment

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redazione

Di Alessandro Benigni

11 ottobre 2016

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Divide et impera. Così recita una delle massime più conosciute dell’antichità romana. Ma non si tratta solo di una regola militare indicata per potenziare il dominio di un Impero: nel suo significato più profondo non si parla soltanto di governare un popolo divindendolo al suo interno e facendo scoppiare rivalità o incoraggiando discordie. Questa regola vale anche per i singoli, per ciascuno di noi. La divisione, la scissione interiore, la mancanza di unità nel proprio Io è fonte di disagio psichico. Oppure può essere anche opera del Divisore (1) per eccellenza, per chi ha fede. In entrambi i casi è sintomo di una debolezza, di una mancanza di sufficiente capacità critico-reattiva: è indice, a vari livelli di sudditanza.

E sudditi, possibilmente immersi nell’illusione di essere liberi, ci vuole l’Impero. Quello di sempre, ovvero quello dei nostri giorni. Quell’Impero che allunga i suoi tentacoli sul mondo e assume via via maschere diverse: può essere economico, mediatico, ideologico, e così via. Ma sempre, nella sua radice più intima, volontà di dominio, di controllo. Direbbe Nietzsche: volontà di potenza.

Quindi, daccapo: divide et impera. L’Impero – per esercitare a fondo il suo dominio – deve indebolire scindere, mettere in contrapposizione, frantumare. Prima di tutto: l’Io degli individui. I conti tornano: non è forse del bisogno di passare ad un’umanità uni-sex, indifferenziata nella sua identità più profonda (quella sessuale), che ci stanno convincendo? Non è forse un salto nel superamento di ogni legame individuante col proprio io che ci parlano le teorie del “gender fluid”?

Pensate che sia un fattore disgregante introdotto suolo sul piano dei media e dell’immagine del Sé?

Sbagliato. Sono intere nuove generazioni ad essere formate (e curate) in base a questo assioma: divide et impera.

Penso a quanto più che opportunamente rilevava Salvatore Settis (archeologo e storico dell’arte, ex direttore della Normale di Pisa, dimessosi qualche anno fa dal Consiglio Superiore dei Beni Culturali in polemica coi tagli alla Cultura del governo Berlusconi), in merito all’artificiosa distinzione tra competenze e conoscenze, ormai massimamente diffusa nelle scuole e tra gli insegnanti: “[...] è un’idea perversa sostituire la parola “conoscenza” con “competenza”, come è stato fatto dai pedagogisti alla nostrana, consultati da Berlinguer e dalla Moratti in poi per le loro pessime riforme scolastiche. Abbiamo bisogno di persone con uno sguardo generale. Non bastano le conoscenze specialistiche, approfondite quanto si vuole. Ci vuole una visione collegata col senso della comunità (come del resto è scritto nella nostra Costituzione, che stiamo via via dimenticando). [...] La scuola ci insegna delle cose, ma dovrebbe soprattutto insegnarci a dubitare di quello che essa stessa ci insegna. [...] Il modello dell’educazione di oggi è quello di Tempi moderni, di Charlot che fa l’operaio e esegue un solo gesto: prendere la chiave inglese e girare un bullone. L’ideale del nostro bell’ideologo-intellettuale-riformatore dell’educazione è proprio “formare” qualcuno che fa una sola cosa, e la fa senza pensare. Un modo di mortificare la ricchezza della natura umana” (2).

In una parola? La Scuola, così impostata, produce individui scissi. Che sanno fare una cosa sola, ma sono incapaci di una visione d’insieme. Detto in altri termini: di comprendere ciò che succede intorno. Dentro e fuori di sé.

Ma daccapo: un individuo scisso, confuso sulla sua identità, a partire da quella sessuale, convinto che la realtà sia liquida e che non esista alcuna verità, per la quale valga la pena vivere, lottare, soffrire e magari anche morire, è un individuo incapace di criticare e di opporsi a qualunque potere costituito. Buono o cattivo che sia. Un ente infinitamente manipolabile, una forma perfetta di oggetto di consumo.

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